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Il lavoratore che va in ferie dopo la malattia può essere licenziato?
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Il lavoratore che va in ferie dopo la malattia può essere licenziato?

Breve commento alla sentenza della Cass. Civ., sez. lavoro, 27/3/2020 n. 7566.

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Massima: “Non è consentito al lavoratore – che va perciò licenziato – di astenersi dalla presentazione sul posto di lavoro, una volta venuto meno il titolo giustificativo della sua assenza, avendo superato il periodo di comporto: presentazione che è momento distinto dall’assegnazione alle mansioni, in quanto diretto a ridare concreta operatività al rapporto e ben potendo comunque il datore di lavoro, nell’esercizio dei suoi poteri, disporre, quanto meno in via provvisoria e in attesa dell’espletamento della visita medica e della connessa verifica di idoneità, una diversa collocazione del proprio dipendente all’interno della organizzazione di impresa” (Cass. civ., sez. Lav., 27 marzo 2020, n. 7566).

Il caso riguarda una lavoratrice che, terminato il periodo di malattia, protrattosi per oltre sessanta giorni, non si era ripresentata al lavoro, pretendendo di fruire le ferie in continuità, senza, però, né avere richiesto né avere ottenuto la preventiva autorizzazione del proprio datore di lavoro.

L’azienda ha risposto a tale atteggiamento comminando alla propria dipendente il licenziamento per giusta causa.
La Corte di Cassazione ha giudicato legittima la decisione dell’azienda, ritenendo che non potesse giustificare l’atteggiamento della lavoratrice nemmeno la necessità che essa dovesse essere sottoposta alla visita medica obbligatoria preventiva di cui all’art. 41 del D.Lgs. 81/2008.
Sostiene, infatti, la Cassazione, nella sentenza in commento, che la “ripresa del lavoro” cui fa riferimento l’art. 41 del D.Lgs. 81/20018 (T.U. in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) debba interpretarsi nel senso di “concreta assegnazione del lavoratore alle medesime mansioni già svolte in precedenza”, perché sono solo queste le mansioni con riguardo alle quali sussiste la necessità di verificare l’eventuale idoneità psico fisica del lavoratore e, dunque, se egli possa ricominciare a lavorare senza il pericolo di subire pregiudizio.

Se, invece, il lavoratore, in attesa della visita medica, venga adibito dal datore di lavoro a mansioni assolutamente non gravose o rischiose o financo accolto in azienda ma non destinato, temporaneamente, ad alcuna concreta funzione, allora egli non potrà “astenersi ex art. 1460 c.c.” dal rendere la prestazione lavorativa e tanto meno invocare un inesistente “diritto” alla immediata fruizione delle ferie, terminato il periodo di malattia.

In conclusione, può affermarsi che non è consentito al dipendente, al termine di un prolungato periodo di malattia (oltre i 60 giorni), di modificare il titolo della propria assenza (da malattia a ferie) e, perciò, di non presentarsi sul posto di lavoro ed offrire la sua prestazione, seppure in forma ridotta. Tale assenza non può essere giustificata nemmeno dal riferimento alla necessità che, prima dell’inizio della prestazione, il lavoratore sia sottoposto a visita medica obbligatoria, posto che il concetto di “ritorno al lavoro” è ben distinto da quello di “assegnazione alle mansioni originarie”, con riguardo al quale solamente vige l’obbligo datoriale di sottoporre a visita il dipendente tornato dalla malattia ex art. 41 del D.Lgs. 81/2008. Né, nel nostro sistema, il lavoratore, assente per malattia, ha la facoltà incondizionata di sostituire il titolo della propria assenza da malattia a ferie, dovendo comunque acquisire il preventivo atto di assenso del proprio datore di lavoro.