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La tutela della privacy al tempo del lavoro agile (o smart working).
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La tutela della privacy al tempo del lavoro agile (o smart working).

La repentina ed improvvisa diffusione del lavoro agile (durerà?), più comunemente conosciuto come smart working, impone alle aziende, certamente, l’estensione e l’adeguamento delle misure per garantire la conformità della protezione dei dati alle regole del Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali (GDPR). Vuoi sapere di più in materia di protezione privacy? Puoi rivolgerti ad un nostro avvocato esperto in tutela privacy.

Il fatto che il lavoratore si trovi all’esterno dell’azienda per una parte o per tutto il tempo della sua prestazione lavorativa non attenua l’obbligo di garantire la tutela dei dati acquisiti e trattati nell’esecuzione della prestazione lavorativa. Tutela che certamente diviene più difficoltosa perché tali dati, prima tenuti al coperto delle mura aziendali e controllati a vista dal responsabile IT, vengono esibiti e gestiti all’esterno e veicolati attraverso reti telematiche domestiche notoriamente poco sicure.

Tutto ciò impone l’adozione di attenzioni sin dalla predisposizione degli strumenti tecnici che vengono consegnati ai lavoratori (antivirus, sistemi di allarme, garanzia di conservazione, etc…). In particolare dovrà essere dato riguardo al fatto che i device siano dotati della tecnologia idonea ad evitare che terzi possano accedere ai dati detenuti e trattati (compresi gli stretti familiari che, nella maggiori parte dei casi, condividono lo spazio casa con l’operatore in smart working), o che possano interferire con l’uso del device, o, infine, che i dati siano conservati e non possano essere persi anche solo accidentalmente. Dovranno anche essere aggiornate le procedure di segnalazione e di intervento al fine di adeguarle a tale modalità di lavoro.

Un altro rilevante aspetto è legato al controllo del lavoratore chiamato a prestare la sua attività al di fuori del luogo di lavoro. I più moderni sistemi contemplano “software” in grado di monitorare costantemente la prestazione lavorativa: il suo inizio, la sua fine ed il suo svolgimento e dunque di rilevare anche quando l’operatore si allontana dal sistema anche per brevi momenti. Ci si potrebbe porre il problema della compatibilità di tale controllo con i limiti di cui all’art. 4 dello Statuto dei lavoratori. Per chi scrive non è configurabile alcuna violazione dell’art. 4 citato. Al di là della diversa modalità di espletamento della prestazione lavorativa, il controllo da remoto, nella sostanza, non ha nulla di diverso dal controllo cui quotidianamente vengono sottoposti i lavoratori nei “tradizionali” luoghi di lavoro.

Anche negli uffici, negli studi, nei laboratori, nei negozi, nelle fabbriche il lavoratore è tenuto a registrare l’ingresso e l’uscita (con un badge elettronico, se non con l’uso delle impronte digitali), ma anche a rimanere sul luogo di lavoro per l’intero orario (cui corrisponde il diritto del datore di lavoro di verificare tale permanenza), dovendo chiedere un “permesso” in caso debba allontanarsi. Non vi è dunque alcuna differenza tra i controlli imposti a chi si reca in ufficio ed a chi, invece, lavora da casa. In questo senso, dunque, lo svolgimento della prestazione in modalità di lavoro agile non comporta alcun maggiore onere di tutela della privacy del lavoratore e nessun maggiore rischio della sua violazione.